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di Marco Poggianella, Founder & CEO di SOP

Ogni epoca ha chiesto qualcosa agli imprenditori e alle imprese. Prima di produrre. Poi di crescere e competere. Poi di innovare e diventare più efficienti.

È uscito a marzo su Nature un editoriale dal titolo significativo: “New measures of progress must not sideline the SDGs”. Il punto è molto concreto: le Nazioni Unite lavorano a indicatori “Beyond GDP”, strumenti che permettano di misurare il progresso oltre il PIL. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) hanno costruito negli anni una base solida, condivisa, riconoscibile. Ha senso partire da lì, rafforzarla, renderla più robusta, più leggibile, più utile. Questa riflessione riguarda le nazioni e, come sempre, coinvolge direttamente anche le imprese.

Il valore delle nostre aziende continua troppo spesso a essere letto solo attraverso fatturato, EBITDA, crescita. Sono indicatori fondamentali, e lo resteranno. Ma nel mio lavoro quotidiano di imprenditore vedo sempre più chiaramente che questi numeri, da soli, non bastano a raccontare davvero cosa sta succedendo dentro e intorno a un’impresa. La vera domanda è semplice e allo stesso tempo scomoda: che tipo di valore stiamo creando? Per chi? Che tipo di eredità stiamo costruendo mentre facciamo impresa? Non è solo una riflessione imprenditoriale. È una direzione più ampia che oggi entra anche all’interno della Costituzione, dove si riconosce che ambiente ed ecosistemi vanno tutelati nell’interesse delle future generazioni.

Se il progresso di una nazione deve essere misurato oltre il PIL, anche il progresso di un’impresa richiede uno sguardo più ampio, alle future generazioni, appunto. È qui che si gioca una partita importante: riuscire a tenere insieme valore economico, sociale, ambientale e umano. Nulla funziona davvero se viene preso singolarmente. Per anni abbiamo raccontato l’impresa come fosse un blocco autonomo: produco, conquisto il mercato, cresco. In parte è vero, ed è stato anche necessario. Questo modello ha costruito interi settori industriali. Allo stesso tempo, oggi emerge un limite chiaro. Nessuna azienda vive davvero isolata. Ogni impresa è immersa in una rete fatta di persone, fornitori, clienti, territorio, infrastrutture, risorse naturali. I famosi stakeholder. Nel nostro lavoro di imprenditori è evidente: quando una relazione funziona, tutto scorre meglio; quando si inceppa, anche il miglior processo interno inizia a mostrare i propri limiti. Per questo, più che superare la competizione, dovremmo iniziare a vederla per quello che è: una parte del gioco. Non tutto il gioco.

Se mettiamo da parte per un momento l’impresa e guardiamo alla natura, questa dinamica relazionale diventa ancora più chiara. In SOP S.r.l. Società Benefit, l’azienda che ho fondato e che dirigo, lavoriamo esattamente su questo: interagire con i processi biologici dell’agricoltura e della zootecnia attraverso una visione sistemica e interconnessa, capace di leggere insieme suolo, microbiologia, piante, animali, ambiente e ciclo dei nutrienti. Il nostro lavoro consiste nell’interagire con questi sistemi viventi, creando le condizioni perché le relazioni biologiche diventino più efficienti e stabili nel tempo: nel suolo, nella rizosfera, nei cicli dell’azoto, nei processi organici degli allevamenti, nella relazione continua tra organismo e ambiente. Un suolo fertile non è un contenitore. È un sistema dinamico. Una rete vivente in cui microrganismi, radici, funghi, acqua, minerali e sostanza organica operano come parti di un unico processo regolato da scambi continui di energia e informazione. La pianta vive dentro questa rete. Attraverso le radici rilascia essudati, seleziona comunità microbiche, attiva interazioni con funghi e batteri. La rizosfera diventa così una vera interfaccia biologica: un luogo in cui nutrienti, segnali biochimici ed energia vengono continuamente scambiati e trasformati.

Quando queste relazioni sono attive e coerenti, la pianta assorbe meglio, reagisce agli stress, utilizza in modo più efficiente acqua e nutrienti. Il sistema entra in equilibrio, gli input si ottimizzano, la resa diventa più stabile. La fertilità non risiede in un singolo elemento. Emerge dalla qualità delle relazioni tra tutti gli elementi del sistema. È una proprietà emergente. Quando il sistema è connesso, funziona. Quando perde connessione, perde efficienza. È biologia dei sistemi viventi. E, se la osserviamo con attenzione, è anche economia. Quando interagiamo correttamente con queste relazioni, i risultati diventano concreti: maggiore efficienza, meno emissioni, migliore qualità, produzioni più stabili nel tempo. È un cambio di paradigma.

L’impresa funziona molto più come un organismo vivente che come una macchina. Non è solo organizzazione interna. È qualità delle relazioni. Quando le persone lavorano con una direzione chiara, ciò è subito evidente. Se clienti e fornitori iniziano a fidarsi davvero, cambia il livello del gioco. Quando un’azienda è riconosciuta dal territorio, acquisisce una forza che non compare nei numeri ma pesa tantissimo. Proprio come ricordava Henry Ford: “Le due cose più importanti in ogni azienda non compaiono nello stato patrimoniale: la reputazione e le persone”. Quando persone, processi, obiettivi e direzione si allineano, il lavoro diventa più fluido, le decisioni più rapide, l’errore meno costoso, l’innovazione più naturale.

È quello che possiamo chiamare “risonanza”. E qui torna anche il tema della competizione: resta, certo, ma si inserisce all’interno di sistemi che collaborano, di filiere che si parlano, di reti che – quando funzionano – alzano il livello per tutti. A questo punto anche la sostenibilità cambia faccia e diventa il modo in cui un’impresa funziona ogni giorno: processi, dati, decisioni. In un contesto in cui la pressione climatica, quella regolatoria e di mercato sono sempre più tangibili, questa capacità diventa un vantaggio reale: il valore cresce e al contempo rafforza le basi su cui si costruisce, ovvero il capitale naturale, quello umano e quello produttivo.

Qui si apre una finestra interessante per chi fa impresa oggi, ovvero la possibilità di costruire aziende che generino profitto e, allo stesso tempo, rafforzino i sistemi da cui quel profitto nasce. Lavorare sulle persone, sulle relazioni, sulle competenze. Rendere visibile l’impatto. Trasformare la sostenibilità in leva competitiva. La competizione ha scritto una parte importante della storia economica. La collaborazione può scrivere la prossima. La vita funziona attraverso relazioni, e le imprese che imparano a lavorare dentro queste relazioni diventano più forti, più resilienti, più capaci di generare futuro. Forse è proprio questa, oggi, una delle responsabilità più importanti per un imprenditore: generare valore e, allo stesso tempo, rigenerare i sistemi da cui quel valore nasce. Costruire un’impresa capace di connettere valore economico, persone, territori e sistemi viventi.

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