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Dalla crisi geopolitica ai costi dell’energia: perché l’Italia deve ripensare il proprio modello energetico puntando su rinnovabili, diversificazione e visione strategica.

di Marco Capula, Imprenditore

Le recenti tensioni geopolitiche legate al conflitto in Iran hanno riportato con forza al centro del dibattito pubblico un tema spesso affrontato in modo parziale: la sostenibilità vista anche come indipendenza strategica. Non più soltanto sostenibilità ambientale, ma anche economica, progettuale e, soprattutto, energetica.

In questi giorni, le analisi del Fondo Monetario Internazionale hanno evidenziato come l’instabilità nell’area mediorientale e le conseguenti nuove turbolenze sui mercati dell’energia abbiano accentuato il rischio concreto di una recessione globale. In questo contesto l’Italia emerge come uno dei Paesi più esposti a causa della nostra storica dipendenza energetica dall’estero. Questo scenario rende evidente un punto fondamentale: la sostenibilità non è un concetto isolato, ma un sistema integrato in cui ambiente, economia e governance del Paese procedono insieme nel più ampio ambito legato alla sicurezza nazionale: parlare di sostenibilità oggi significa parlare di affidabilità e solidità del sistema Paese.

Il divario dei costi e la dipendenza dalle fonti fossili

Il nodo centrale resta il costo dell’energia. Secondo i dati pubblicati da Energy-Charts.it su dati del Fraunhofer-Institut für Solare Energiesysteme ISE, in Italia il prezzo del megawattora continua a essere più elevato rispetto ad altri Paesi europei con una media di 130€/MWh in questi primi mesi dell’anno, contro Paesi come la Francia (69€/MWh), la Spagna (42€/MWh) e il Portogallo (40€/MWh).

Queste nazioni sono le prime della classe in Europa, insieme a quelle scandinave, proprio perché beneficiano di una maggiore autonomia produttiva. La Francia, grazie al nucleare che vanta oltre 50 reattori attivi, e la Spagna, grazie a un mix ben bilanciato di rinnovabili e di nucleare, nonostante l’annuncio di abbandonarlo entro il 2035, riescono a garantire prezzi più competitivi per imprese e cittadini. Il Portogallo poi rappresenta un caso studio interessante. Grazie a enormi investimenti sulle rinnovabili e sui sistemi di accumulo, infatti, per buona parte dell’anno l’economia portoghese riesce a essere autosufficiente nella produzione di energia tramite fotovoltaico, eolico e idrico. Quando le rinnovabili calano, il Portogallo può importare energia dalla vicina Spagna, restando comunque in un contesto di partnership europea. L’Italia, invece, paga il prezzo della sua dipendenza da fonti fossili e fornitori extra-UE con effetti diretti sulla competitività del sistema produttivo.

Le alternative ai combustibili fossili

È quindi necessario un cambio di paradigma, che non può più essere rinviato. Investire nelle energie rinnovabili non è soltanto una scelta ambientale, ma una priorità strategica. Il fotovoltaico rappresenta oggi una delle soluzioni più efficaci e scalabili: da un lato, gli impianti a terra permettono di ottenere grandi volumi di produzione; dall’altro, il fotovoltaico sui tetti di imprese e abitazioni consente di diffondere l’autoproduzione e favorire la nascita di comunità energetiche, senza cannibalizzare i terreni. Le comunità energetiche rappresentano un modello innovativo e virtuoso, capace di coniugare sostenibilità ambientale e coesione sociale, riducendo al contempo la dipendenza dalle grandi infrastrutture centralizzate e di rete.

Ma l’espansione delle rinnovabili da sola non basta se si vuole che l’Italia diventi energeticamente indipendente al cento per cento, e che addirittura si trasformi magari in un esportatore netto, con i conseguenti impatti anche sul PIL. La transizione energetica, infatti, richiede diversificazione anche al fine di assicurare una maggior costanza nella produzione e nella capacità di resilienza e, in questo contesto, torna inevitabilmente nel dibattito il tema del nucleare. Le tecnologie di nuova generazione, in particolare i piccoli reattori modulari (SMR), offrono prospettive interessanti in termini di sicurezza, flessibilità e riduzione delle emissioni. Ignorare questa opzione significherebbe rinunciare a una leva importante per garantire stabilità al sistema energetico nazionale.

Diversificazione tecnologica e adattamento climatico

Parallelamente, è fondamentale ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, come gas e petrolio, non solo nella produzione di energia elettrica ma anche nei consumi finali. Questo implica una revisione profonda dei modelli di mobilità e di riscaldamento.

Nel settore dei trasporti, la sfida è quella della diversificazione tecnologica: elettrico, idrogeno e carburanti alternativi devono coesistere e svilupparsi in modo complementare, evitando approcci ideologici e puntando invece su soluzioni efficaci e adattabili ai diversi contesti. Allo stesso modo, nelle città è necessario accelerare la transizione verso sistemi di riscaldamento più sostenibili, favorendo l’adozione di pompe di calore e riducendo progressivamente l’utilizzo del gas.

Si tratta di una trasformazione complessa, che richiede investimenti, pianificazione e politiche industriali e ambientali mirate: tutte cose che in Italia mancano da decenni. La mancanza di visione della politica italiana è confermata dalla scelta, nelle scorse settimane, di rallentare sulla chiusura delle centrali a carbone, invece che accelerare con gli investimenti sul fotovoltaico con politiche anche di snellimento burocratico. Ma non solo: in un Paese sempre più soggetto a grandi inondazioni ed eventi climatici estremi è diventato imprescindibile investire in bacini e invasi di accumulo anche permanente. Aprendo perciò alla possibilità di avere centrali elettriche di piccole dimensioni, anche con salti d’acqua non troppo grandi, sul modello dei bacini installati sulla Dora Baltea tra il sud della Valle d’Aosta e l’alto Piemonte, e garantendo una produzione costante da affiancare a quella di fotovoltaico ed eolico.

Verso una strategia di sovranità energetica

Il punto chiave resta il seguente: tutte queste azioni devono essere parte di una strategia coordinata. Non basta intervenire su singoli settori e non basta farlo solo con interventi spot per rispondere a singoli eventi emergenziali: è necessario un progetto complessivo di sostenibilità energetica nazionale che punti all’indipendenza dall’estero e alla stabilità dei costi, trasformando un freno al nostro PIL in un suo acceleratore. In questo senso, la sostenibilità diventa sinonimo di sovranità, perché un Paese che non controlla la propria energia è un Paese vulnerabile, esposto agli shock esterni e limitato nella sua capacità di crescita.

L’Italia ha oggi un’opportunità concreta: trasformare una condizione di fragilità in una leva di sviluppo. Aumentare gli investimenti nelle rinnovabili, accelerare sul fotovoltaico, sviluppare le comunità energetiche, creare bacini e invasi e riaprire in modo pragmatico il dibattito sul nucleare sono passaggi fondamentali.

La crisi attuale non è soltanto un problema, ma un segnale. Ignorarlo significherebbe condannarsi a riviverlo. Affrontarlo con visione e coraggio, invece, può rappresentare l’inizio di una nuova fase per il sistema Paese: più sostenibile, più competitivo e, finalmente, più indipendente.

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