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Ph. Andrea Guermani

di Elisa Cabiale, redazione

Come tutti sappiamo, il cambiamento climatico non è un concetto astratto, ma un compagno sgradito di cui non riusciamo proprio a liberarci, neanche durante le vacanze. Ci accompagna durante le ferie invernali, quando la neve si scioglie sotto gli sci e a metà pomeriggio diventa impossibile rimanere sulle piste. Ma non solo: è con noi anche d’estate, quando il clima torrido ci impedisce di uscire di casa e ci vincola agli spazi chiusi.

È quello che è successo in questi ultimi mesi a molti torinesi i quali, durante la disperata ricerca di attività da fare in ambienti chiusi e refrigerati, potrebbero essersi imbattuti nella mostra fotografica “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, in programma presso le Gallerie d’Italia in piazza San Carlo. La mostra, curata da Arianna Rinaldo, rientra tra i pilastri della strategia culturale di Intesa Sanpaolo, allineando la ricerca estetica ai 17 SDGs dell’Agenda 2030.

Chi è Nick Brandt?

Fotografo londinese nato nel 1964, da oltre vent’anni concentra la propria produzione artistica sull’impatto della distruzione ambientale e della crisi climatica sulle popolazioni più vulnerabili e sul mondo animale e naturale. In uno spazio sempre più fragile e contraddittorio, l’artista si posiziona all’interno del dibattito critico come un “idealista negativo” o “pessimista idealista”. La sua visione non cede al nichilismo, ma utilizza la rappresentazione del collasso per reagire. Brandt non si limita a osservare la catastrofe: la denuncia a gran voce. Agisce attraverso un’estetica simbolica coniugando l’urgenza morale a un senso di grazia e sospensione temporale. Il titolo “The Day May Break” riflette proprio questa visione artistica: un pessimismo intriso di un barlume di speranza. Non si può porre rimedio a tutte le catastrofiche conseguenze delle sconsiderate azioni antropiche, ma serve agire subito per limitare ulteriori danni. Dietro a quel “may” si cela tutta la poetica dell’artista.

Il lavoro di Brandt si distingue per un rigore tecnico che rifiuta qualsiasi tipo di scorciatoia. Il processo richiede mesi di pianificazione e una complessa macchina creativa che coinvolge collaboratori fidati e coordinatori locali. Brandt attende la luce naturale perfetta e dedica settimane alla selezione e alla stampa delle immagini. Il suo tratto distintivo risiede nella cattura di persone e animali nello stesso fotogramma e nello stesso istante, senza l’ausilio di alcuna tecnica di fotomontaggio.

Prima di “The Day May Break”, il fotografo si è concentrato su altri progetti, ugualmente focalizzati sul tema del confronto tra azione antropica, crisi ambientale e mondo animale. Tra il 2001 e il 2012 ha lavorato alla Trilogia Africana con “On This Earth”, “A Shadow Falls” e “Across The Ravaged Land”. Il 2016 è stato l’anno di “Inherit the Dust”, a cui è seguito nel 2019 “This Empty World”.

Presso Palazzo Turinetti di Pertengo, sede torinese delle Gallerie d’Italia, la mostra assume una dimensione senza precedenti: per la prima volta, i quattro capitoli che compongono la serie “The Day May Break” vengono presentati in un unico percorso espositivo organico. Il lavoro ha avuto inizio nel 2020 in Kenya e Zimbabwe, nel pieno della pandemia, per poi declinarsi in altri tre capitoli, l’ultimo dei quali – ambientato in Giordania – è stato realizzato proprio grazie al contributo di Gallerie d’Italia e Intesa Sanpaolo. Si tratta di un progetto globale che focalizza l’attenzione sulle popolazioni colpite dalla crisi climatica, le stesse che si posizionano agli ultimi posti nella classifica dei responsabili delle emissioni globali di gas serra.

Capitolo Uno, The Day May Break (2021)

Nato in piena pandemia, è il primo capitolo e dà il nome all’intera serie. Realizzato in Kenya e Zimbabwe, è ambientato in santuari per animali salvati dalla distruzione degli habitat e dagli effetti del bracconaggio. Gli animali e le persone (sfollate da cicloni devastanti o impoverite da siccità prolungate) sono ritratti insieme nello stesso fotogramma, in scene intrise di simbolismo e sospese nel tempo, che raccontano una dignità condivisa e un comune senso di perdita.

Capitolo Due, Sanctuary (2022)

Ambientato presso il Senda Verde Wildlife Sanctuary in Bolivia, questo capitolo affronta gli effetti del collasso climatico in uno dei Paesi con la maggiore biodiversità al mondo, devastato da eventi estremi come incendi e inondazioni e da lunghi periodi di siccità. Le persone sono fotografate insieme agli animali salvati, in un’unione di sentimenti che affronta con dignità la presa di coscienza di un destino comune.

Come accaduto già nel Capitolo Uno, le immagini sono caratterizzate da un’atmosfera nebbiosa grazie all’utilizzo di macchine del fumo non tossiche e a base d’acqua, per richiamare il fumo soffocante degli incendi boschivi (nel solo 2024, gli incendi hanno colpito circa 150.000 chilometri quadrati di territorio).

Capitolo Tre, SINK / RISE (2023)

Brandt realizza “SINK / RISE” nel 2023, nell’arcipelago delle Fiji. I protagonisti delle immagini, fotografati sott’acqua mentre compiono gesti quotidiani (sedersi a tavola, sdraiarsi sul letto, giocare), rappresentano le comunità che nei prossimi decenni saranno colpite dall’innalzamento del livello del mare, che causerà la perdita di terre, case e mezzi di sostentamento. Come già accaduto per “Sanctuary”, anche qui l’artista sceglie come protagonista della propria opera una tra le popolazioni che meno contribuiscono al collasso climatico. L’intera regione del Pacifico, infatti, è causa dello 0,03% delle emissioni globali totali di gas a effetto serra, eppure i suoi abitanti sono i primi candidati alla perdita di terre e identità. L’ambiente marino – coprotagonista in tutte le scene – è un vero e proprio “cimitero di ossa”: si tratta delle barriere coralline distrutte nel 2016 dal ciclone Winston.

Capitolo Quattro, The Echo of Our Voices (2024)

Commissionata da Intesa Sanpaolo, la serie è ambientata nel deserto del Wadi Rum, nel sud della Giordania, il secondo Paese al mondo per scarsità d’acqua. Il percorso ritrae famiglie di rifugiati siriani costrette a vivere in condizioni di sfollamento permanente, introducendo così il tema dei conflitti e della migrazione forzata. A seguito della fuga dalla guerra in Siria tra il 2013 e il 2015, queste famiglie vivono una vita nomade a causa dell’instabilità ambientale: durante l’anno trasferiscono le loro tende alla ricerca di zone dove le precipitazioni consentano loro la coltivazione.

In un paesaggio desertico che diventa simbolo della scarsità d’acqua aggravata dal cambiamento climatico, Brandt restituisce alle figure ritratte grande dignità e forza collettiva. Immagini che diventano – attraverso le lente della macchina fotografica – quasi elementi scultorei, senza tempo. In questo progetto, il deserto diventa simbolo di una crisi idrica più generale: in Giordania la disponibilità di acqua dolce pro capite è diminuita del 97% dall’inizio del XXI secolo.

Il dietro le quinte e gli eventi collaterali

Una piccola sezione della mostra rivela il dietro le quinte del processo creativo di Nick Brandt. Attraverso alcune fotografie e un video realizzati durante le fasi di lavoro nei diversi Paesi coinvolti, lo spettatore è messo nelle condizioni di comprendere veramente l’impegno che è stato necessario per la realizzazione di ogni singola fotografia. Per le prime due serie, esseri umani e animali sono stati fotografati allo stesso tempo nella stessa inquadratura, mentre per la terza sono stati allestiti veri e propri “set subacquei”.

Infine, la mostra è stata accompagnata da una serie di iniziative e incontri gratuiti, parte integrante del public program #INSIDE. Il 18 marzo, giorno di apertura della mostra, si è tenuta una conversazione tra l’artista e la curatrice Rinaldo, a cui sono seguiti altri eventi.

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