di Andrea Sicco, Direttore ImprontaZero
Questo numero di ImprontaZero consolida la collaborazione editoriale con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria in occasione del tradizionale convegno di Rapallo, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama economico e industriale italiano.
In un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitiche, transizione energetica, trasformazioni tecnologiche e nuove sfide competitive, il tema della sostenibilità continua a occupare un ruolo centrale nel dibattito tra imprese, istituzioni e territori. Una sostenibilità che oggi non può più essere letta soltanto in chiave ambientale, ma che coinvolge innovazione, competitività, lavoro, formazione e responsabilità sociale. Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Maria Graziani, project leader dell’edizione 2026 del convegno, imprenditrice e rappresentante di una generazione chiamata a gestire contemporaneamente la trasformazione digitale e quella sostenibile. Ne emerge una riflessione lucida sul futuro dell’industria italiana ed europea, sul ruolo delle PMI, sul rapporto tra sostenibilità e competitività e sulla necessità di costruire modelli di sviluppo capaci di tenere insieme crescita economica, innovazione e coesione sociale.
Da presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Toscana, quale ritiene sia oggi la principale sfida che le imprese italiane ed europee devono affrontare sul fronte della sostenibilità, in un contesto segnato da tensioni internazionali, aumento dei costi e rallentamento economico?
Le imprese europee stanno vivendo una fase di pressione senza precedenti. Da un lato obiettivi ambientali sempre più ambiziosi, dall’altro una competizione globale che spesso gioca con regole diverse. In questo scenario, l’obiettivo non è scegliere tra sostenibilità e competitività, ma tenerle insieme in modo credibile e duraturo. Il punto, infatti, non è rallentare la transizione, ma governarla con realismo industriale. Questo significa costruire un equilibrio (non sempre semplice da raggiungere) tra obiettivi ambientali e sostenibilità economica delle imprese.
Un esempio molto chiaro è quello dell’energia, che è la base di ogni filiera produttiva. Oggi scontiamo ancora ritardi su alcune scelte strategiche, come l’individuazione delle aree idonee per le rinnovabili; è un tema su cui serve maggiore chiarezza e anche più coraggio, perché le imprese devono essere messe nelle condizioni di investire, in particolare in impianti per l’autoconsumo. Non è solo una scelta ambientale, è una leva diretta di competitività: significa ridurre i costi e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti. Oggi, infatti, il costo dell’energia in Italia resta significativamente più alto rispetto ad altri Paesi europei. Questo non solo rallenta gli investimenti in innovazione e crescita, ma incide anche sull’attrattività complessiva del nostro sistema industriale, rendendo più difficile attrarre nuovi progetti industriali.
Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata stabilmente nelle strategie aziendali, ma molte imprese, soprattutto piccole e medie, la percepiscono ancora come un obbligo o un costo. Come si può trasformarla in una leva di competitività, innovazione e crescita?
La differenza la fa il punto di vista; quando la sostenibilità entra nei processi, smette di essere un costo e inizia a generare valore. Le imprese che hanno fatto questo passaggio oggi sono più efficienti, più solide e più attrattive. Per molte PMI, però, il problema non è la volontà, ma la possibilità. E qui entra in gioco il sistema: servono strumenti concreti, accesso al credito, incentivi mirati e soprattutto competenze.
L’Europa sta accelerando su regolamenti, rendicontazione ESG e transizione energetica. Ritiene che il sistema produttivo italiano sia pronto? E quali sono, a suo avviso, i rischi di una transizione troppo rapida o troppo burocratica?
L’industria italiana ha dimostrato di saper evolvere, spesso anche anticipando i cambiamenti. Ma è un sistema articolato; accanto a realtà molto avanzate ci sono tante PMI che hanno bisogno di essere accompagnate. La direzione europea è chiara, ma la differenza la fanno tempi e modalità. Una transizione troppo rapida o appesantita dalla burocrazia rischia di spostare l’attenzione dalle strategie agli adempimenti, rallentando proprio quegli investimenti che dovremmo accelerare. Per questo servono regole chiare, proporzionate e applicabili, che accompagnino la trasformazione senza frenarla.
Lei appartiene a una generazione di imprenditori che si trova a gestire contemporaneamente due transizioni: quella digitale e quella sostenibile. In che modo innovazione, intelligenza artificiale e nuove tecnologie possono aiutare le imprese a diventare più sostenibili, non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale ed economico?
La nostra generazione ha una responsabilità particolare: trasformare due grandi transizioni in un’unica opportunità. Digitale e sostenibilità non sono percorsi paralleli, ma leve che si rafforzano reciprocamente e che, se integrate, possono generare un vantaggio competitivo reale. L’innovazione tecnologica, e in particolare l’AI, consente alle imprese di fare un salto di qualità, aiuta a ridurre sprechi e consumi, a ripensare in modo più profondo i processi produttivi, a migliorare la capacità decisionale grazie a un uso più evoluto dei dati. Questo significa passare ad una sostenibilità “misurata e gestita”, che incide concretamente sulle performance aziendali.
Ma il punto più interessante è che questo impatto non si ferma alla dimensione ambientale. Le tecnologie possono migliorare la qualità del lavoro, aumentare la sicurezza, facilitare l’accesso alle competenze e rendere le organizzazioni più inclusive e attrattive, soprattutto per le nuove generazioni. In questo senso, possiamo dire che la sostenibilità diventa un modello complessivo di sviluppo, capace di tenere insieme efficienza economica, innovazione e responsabilità sociale. E la tecnologia è il fattore abilitante che rende questo modello scalabile, concreto e competitivo. Nei dibattiti sulla sostenibilità si parla spesso di ambiente, ma meno di coesione sociale, lavoro, formazione e rapporto con i territori.
Quanto contano, secondo lei, questi aspetti nella costruzione di un’impresa davvero sostenibile?
Non può esserci sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale, e non può esserci sostenibilità sociale senza un sistema industriale forte. È l’industria che crea lavoro di qualità, sviluppa competenze e costruisce nel tempo un’attenzione concreta alle persone. In Italia questo legame è ancora più evidente, perché il nostro sistema produttivo è profondamente radicato nei territori: ogni storia d’impresa è anche la storia del suo territorio. Le aziende non sono realtà isolate, ma parte integrante delle comunità in cui operano, con cui condividono crescita, difficoltà e prospettive future. Per questo, anche temi come il passaggio generazionale, e lo dico da imprenditrice di settima generazione, vanno letti in modo più ampio. Non è solo un momento “privato” e interno all’impresa, ma un passaggio che può avere impatti sul territorio in cui opera. Garantirne la continuità significa tutelare non solo l’azienda, ma un patrimonio economico e sociale più ampio.
Lei rappresenta la settima generazione della famiglia alla guida della storica Cereria Graziani, attiva dal 1805. In un’azienda con oltre due secoli di storia, come si conciliano tradizione e innovazione? E quali scelte concrete avete compiuto, o state compiendo, per rendere il vostro modello di impresa sempre più sostenibile?
Sono stata cresciuta con l’idea che la nostra storia, di cui siamo orgogliosi, fosse un valore fino a che non diventava un limite. L’idea di fare una cosa in un certo modo perché “abbiamo sempre fatto così” non è un qualcosa che ci appartiene.
Già nel XIX secolo un mio bis-bisnonno depositava un brevetto per una macchina che produceva le candele con una tecnologia nuova. E in tempi più recenti siamo stati fra i primi a capire che non ci dovevamo limitare alle candele bianche, ma che potevamo esplorare il mercato delle candele colorate prima e profumate poi. E questo solo per fare alcuni esempi. Quello che ci caratterizza, e che è un po’ quello che distingue le imprese a gestione familiare, è l’orizzonte in cui si vogliono ottenere risultati. Per noi la cosa importante non è il risultato della prossima trimestrale, ma la sostenibilità aziendale sul lungo periodo, per le prossime generazioni.
E quindi il concetto di sostenibilità torna a essere a 360 gradi. Perseguiamo una politica di rifiuti zero, riutilizzando tutti gli scarti e addirittura ritirando gli avanzi dai clienti, circa il 50% dell’energia che utilizziamo è autoprodotta attraverso i nostri pannelli solari e, considerando la sostenibilità un concetto a tutto tondo, siamo certificati per la parità di genere.
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